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La pandemia in Africa e in Tanzania

Riporto di seguito il mio ultimo contributo pubblicato sul bollettino on-line della associazione Solidarietà e Cooperazione Senza Frontiere.

La pandemia in Africa

Buona Pasqua

Cari quattro amici che leggete questo strano diario, per farvi gli Auguri in questa strana Pasqua ho pensatori condividere con voi le parole che (non senza qualche imbarazzo) ho cercato di raccogliere per gli amici di Solidarietà e Cooperazione. Sono parole che potrebbero anche apparire un po’ scontate e retoriche ma credetemi non mi è stato facile trovarle e comunque è il meglio che sono riuscito a fare con sincerità.

Cari amici,
è una Pasqua differente quella di questo 2020, difficile per certi versi, certamente carica delle sofferenze causate dall’epidemia che sta flagellando tutto il mondo, dove più e dove meno, causa di disagi e sofferenze, soprattutto per i più deboli e per i più poveri, tuttavia non priva di nuove speranze e forse anche opportunità.

Opportunità che non dovremo sprecare e dimenticare una volta che tutto ciò sarà superato.

Il tempo per stare assieme in famiglia, il tempo per pensare, per ritrovare ritmi meno frenetici, la solidarietà con i vicini, la riscoperta di amici lontani, il tempo per pregare e per ricordare chi non c’è più, il silenzio e l’odore diverso dell’aria delle nostre città, sono tutte cose delle quali non dovremmo dimenticarci appena tornati alla “normalità”.

Forse è proprio quella normalità che dovremmo cercare di cambiare, di migliorare.

Certo la preoccupazione per il futuro ancora più incerto c’è ed è forte e reale, ma non ci deve mancare la volontà di riprendere con maggiore solidarietà e maggiore cooperazione, perché come amava scrivere il nostro dottor Monari:

INSIEME SI PUO’ – PAMOJA IWEZEKANA – TOGETHER WE CAN !

Ed ancora una volta faccio mie le sue parole per porgerle a tutti voi come augurio in questa strana Pasqua 2020.

Auguri a voi, alle vostre famiglie, ai vostri cari a casa o lontani e un abbraccio da lontano a chi in questo momento di tempesta ha sofferto la perdita di parenti o amici.

Forza ! Resistiamo per ricominciare meglio di prima.

Stefano Manservisi

Solidarietà e Cooperazione Senza Frontiere ha deciso di contribuire al progetto “PIU’ FORTI INSIEME” della Fondazione Policlinico Sant’Orsola di Bologna che sostiene proprio il Policlinico, dove anche Edgardo Monari fu medico e docente.

Vi esortiamo a sostenere assieme a noi il progetto “PIU’ FORTI INSIEME

Potete trovare tutte le informazioni necessarie seguendo questo collegamento: https://www.fondazionesantorsola.it/progetti/piu-forti-insieme/

Ciascuno di noi quindi si preoccupi della salute di tutti noi e di quella dei propri cari, rispettando le indicazioni dei medici e delle autorità sanitarie e pubbliche, aiutando coloro che sono in difficoltà secondo le proprie possibilità e sensibilità, secondo coscienza e prudenza.

ONG in mare

Qualche amico che ogni tanto legge i miei deliri qui c’è, grazie Stefano.

Parliamo delle ONG in mare.
Credo che l’unico vero deterrente alla messa in mare di barchini e barchette, sia il coordinamento dei paesi europei realizzato attraverso l’uso dei militari. E pur non condividendo nulla di quanto dice Salvini gli va riconosciuta una opinione da verificare; le Ong in mare aumentano la possibilità di farcela. Possibile che dietro investimenti cosi grandi, navi, carburante, personale, scorte, materiale di soccorso, e via di seguito non ci sia qualche tipo di tornaconto? Tu come la vedi?

Come la vedo …

Bella domanda, rimugino sul ruolo delle ONG da quando mi è stato affidato il compito di guidarne una (c’è qualche matto che ha pensato bene di fare una cosa simile. Si!).

La risposta è difficile. Ho visto e continuo a vedere con i miei occhi ed a fare esperienza diretta (per quanto limitata) di questo rapporto, ovvero del rapporto tra organizzazioni che almeno nel nostro caso, hanno lo scopo di condividere conoscenze e risorse nella convinzione che ciascuna persona abbia il diritto di poter migliorare la propria vita e quella delle proprie famiglie e dei propri figli con le stesse opportunità, nel rispetto del prossimo, e chi vive quotidianamente in culture differenti dalla nostra con molte meno risorse o comunque con risorse diverse dalle nostre.

Questa come dichiarazione teorica di intenti, come obiettivo da perseguire, nella pratica è molto più complesso e difficile.

Sul tema delle risorse e degli investimenti non so proprio cosa dire, si vede e si sente di tutto, è facilissimo farsi prendere dai “lo dicono tutti che qui rubano, quindi certamente un fondo di verità ci dovrà essere”, forse, ma poi io le prove, le cosiddette “pistole fumanti” non le ho mai viste. Non le ho nemmeno mai cercate.

Ho invece visto ed incontrato molte persone e diverse volte ho potuto constatare che il mondo del volontariato è assai variopinto e anche delicato, ci si avvicina al volontariato per i motivi più disparati e frequentemente ho dovuto constatare che non sono motivi sempre altruistici.

Spesso ci si “rifugia” nel volontariato per fuggire da problemi o questioni irrisolte della nostra vita, ho incontrato gente “in fuga” da una realtà insoddisfacente, o in cerca di riscatto per errori commessi a casa.

Per carità, se da tutto ciò ne viene fuori un impegno verso chi non ha (non per suo demerito) le stesse nostre opportunità di miglioramento e promozione, ben venga. Ho solamente constatato più di una volta che non sempre l’altruismo, il disinteresse, l’aiuto ed il soccorso verso il prossimo sono i motori principali di queste disponibilità come invece magari ci si potrebbe aspettare.

Proiettando queste esperienze sul piano collettivo delle organizzazioni di volontariato e delle ONG credo che ci possa stare di tutto .

Nello specifico del soccorso in mare anche io ho il sospetto che quanto il soccorso diventa routine c’è qualcosa che non funziona.

In primo luogo se il soccorso diventa routine significa che la routine è il pericolo, la possibilità per molti, continuamente e comunemente di perdere la vita. E questo è terrificante.

Se il soccorso diventa routine significa che è ora di provare a chiudere l’emergenza ed affrontare seriamente il problema all’origine piuttosto che continuare a cercare di limitarne le conseguenze. Se non risolvi il problema non eliminerai mai le conseguenze.

L’utilizzo della forza (dei militari) è comunque un metodo di contrasto delle conseguenze, non un modo per risolvere le cause del problema.

In questo il sospetto che si possano poi innestare meccanismi di speculazione egoistica ci può stare senza dubbio.

Continuo comunque a pensare che non sia possibile generalizzare e che una parte (credo significativa) delle risorse messe in campo per salvare le persone dal mare sia di provenienza onesta. ma comunque non si può continuare in questo modo, è ancora un modo per limitare le conseguenze, non una soluzione delle cause del problema.

Quindi ?

Non so. Credo che i flussi migratori siano legati alla necessità di ribilanciare risorse e benessere, come l’energia va univocamente dal caldo verso il freddo, è inevitabile che i flussi migratori vadano dai paesi poveri a quelli più ricchi. Contrastarli è come remare contro la seconda legge della termodinamica. Si, puoi coibentare, puoi isolare ma poi è solo una questione di tempo (e di costi) l’energia passerà da una parte all’altra in cerca di un equilibrio.

Credo che dovremmo essere più aperti, informai ed obiettivi sul tema degli immigrati ma anche (molto) più fremi.

Ovvero semplificando (forse troppo) noi viviamo secondo regole e convinzioni che si sono consolidate nel tempo e che condividiamo come accettabili, che ci provengono da chi ha lottato (anche a prezzo della vita) per poterle applicare; regole che abbiamo potuto accettare e condividere anche perché (sempre per maggior merito delle generazioni che ci hanno preceduto) abbiamo raggiunto un certo grado di benessere (anche fisico) ed un certo livello di consapevolezza culturale (che non è costante ed inesauribile, va coltivato e mantenuto. continuamente. altrimenti si perde); chi guarda al nostro modo di vivere come un passo in avanti, come un obiettivo se non può ragionevolmente raggiungerlo a casa propria cerca di venire qui.

Non sto parlando ci chi fugge da guerre, fame, malattie o altre piaghe che mettono a repentaglio la vita (il bene supremo di ogni persona) ma di chi comunque tende ad una vita migliore, quelli che in modo piuttosto cinico e riduttivo chiamiamo “migranti economici”.

Questi credo che in fondo se potessero resterebbero a casa loro, ma non potendo vengono da noi.

Per noi potrebbero essere una risorsa, proprio per risolvere o quanto meno mitigare i problemi che il nostro modo di vivere ha causato e ci sta causando.

Resta il fatto che se in queste regole ed in queste convenzioni vedi una possibilità di miglioramento a quelle regole dovrai uniformarti e solo dopo potrai eventualmente, se ne trovi i limiti, cercare anche di cambiarle per migliorarle.

Voglio dire che a quelle regole devi uniformarti in tutto e per tutto.

Ma come facciamo noi a pretendere da chi proviene da fuori, da culture, convenzioni, educazione, regole differenti, il rispetto delle nostre regole se siamo noi i primi a non rispettarle ?

Ancora una volta, non so…

Dobbiamo essere più aperti ed accoglienti, ma i controlli sono necessari.

Occorre comunicare, insegnare, spiegare, le nostre regole e le nostre convenzioni. Occorre vigilare e controllare che una volta messi a disposizione questi strumenti, chi viene da noi impari, capisca E CONDIVIDA regole e convenzioni, così come le condividiamo noi. Occorre vigilare perché chi non rispetta le regole e le convenzioni condivise reca danno a tutti.

Ma tutti chi? quale è la nostra comunità la nostra identità condivisa?

Se è (e per me non può essere altrimenti) la Comunità Europea, allora è questa la comunità che deve farsi carico di queste responsabilità: comunicazione, istruzione e controllo.

Un primo passo potrebbe essere una guardia di frontiere europea, un corpo si militare ma comune, dove ai confini italiani ci siano anche addetti svedesi e finlandesi e polacchi e spagnoli e viceversa.

Forse un piccolo limitato passo ma potrebbe avere l’effetto di amalgamare le differenze interne alla CE senza tuttavia cancellarne la diversità culturale. Un primo passo verso una politica estera comune? Forse si, ne avremmo bisogno proprio per poi poterci rapportare all’estero con un minimo di credibilità proprio anche verso quei paesi da cui i migranti “economici” vengono.

Sarebbe comunque per noi necessario fare uno scatto di qualità, passare dalla difesa delle identità culturali (come invece sembra voler caparbiamente fare ora tutto il movimento sovranista) con il rischio di esplodere queste in una miriade si staterelli “sovrani” in perenne inutile conflitto tra poveri, ad una difesa delle diversità culturali, comprese quelle dei migranti, come risorsa comune che permetterebbe il mantenimento di queste diversità all’interno di regole certe e comuni.

Occorre però cominciare noi per primi a rispettare le regole che ci siamo dati.

Non so se ho in qualche modo risposto, certamente non ho io le soluzioni ne sono talmente arrogante da pensare di averne, ho solo cercato di esprimere “come la vedo io”.

Certo che alla base di tutto ci deve essere l’ascolto ed il dialogo.

s.c.m.

Emozioni, incontenibili

Nel momento in cui vedo le foto che mi manda Marco dalla Tanzania, dove con la nostra associazione di volontariato stiamo realizzando assieme alla Diocesi di Iringa in impegnativo progetto per dare accesso all’energia alle persone ed alle famiglie che vivono sulle montagne dell’altopiano di Iringa e che testimoniano le prime fasi del montaggio della turbina, il cuore del nostro Progetto idroelettrico integrato; quasi all’improvviso ed in modo inaspettato vengo colto dall’emozione. Una emozione forte che vuole uscire e devo in qualche modo comunicare, condividere; è l’emozione di un ricordo che sale dal profondo, dal cuore: è il ricordo di mio padre, il ricordo di Gianfranco, di quanto si era dedicato a questo progetto negli ultimi anni della sua vita, quanto ne sentisse (ora lo comprendo appieno) la responsabilità e l’impegno.

Impegno nel quale, come sempre, si era dedicato con tutto se stesso, nonostante l’età e la fatica, nel ricordo del suo amico fraterno Edgardo, che proprio lui aveva indicato alla guida di Solidarietà per completare il suo visionario progetto, con lo scopo di dare a chi ne era privo, le medesime opportunità di sviluppo e di miglioramento della propria condizione di vita, che tutte le persone dovrebbero avere in qualsiasi parte del mondo.

Monari aveva iniziato il suo impegno in Tanzania, mosso da una fede profonda radicata ed incontenibile, per un legame di amicizia e di solidarietà con gli amici che avevano condiviso lo slancio fraterno verso le famiglie colpite dal terremoto del Friuli.
Amici, alcuni dei quali religiosi, che successivamente si erano dati missionari in Tanzania a seguito del gemellaggio tra la Diocesi di Bologna e quella di Iringa.
Amici che arrivati in Tanzania, sulle montagne dell’altopiano di Iringa con la responsabilità di allestire dal nulla una comunità, un dispensario ed un minimo di assistenza non solo religiosa, ma umanamente anche sociale e medica, con risorse scarsissime in un luogo dove non era disponibile nulla se non una natura fertile e generosa.
Erano e sono tuttora, montagne bellissime (per chi come lui amava la montagna) ma dove Edgardo, quando cogliendo la richiesta di aiuto dei suoi amici vi si recò le prime volte, restò profondamente colpito, lui medico, professore universitario e attento pediatra, dalla mancanza dei minimi presidi sanitari per far fronte alle più elementari esigenze mediche e sanitarie delle persone e soprattutto dei bambini che numerose popolano quell’altopiano.
Di qui il suo impegno crescente ed il coinvolgimento improntato alla totale gratuità e donazione di tutto se stesso per aiutare i suoi amici e le persone che diventarono anch’esse suoi “rafiki”, amici in lingua Kiswahili; una vita dedicata all’Africa ed in particolare a quelle montagne della Tanzania, coinvolgendo a sua volta gli amici più vicini e quindi anche Gianfranco e Annamaria, i miei genitori.
Ed è a loro e quindi anche al Professor Edgardo Monari che devo la mia educazione alla Solidarietà, alla Cooperazione, senza frontiere, esperienza della condivisione e tutte le opportunità di crescita e di conoscenza che ne sono venute per me e anche per la mia famiglia.

Porto profondamente impressi con affetto ed emozione, i ricordi degli anni passati a fianco di mio papà quando, dopo aver declinato ogni precedente offerta dell’amico Edgardo di seguirlo in Tanzania, si trovò ad esaudire questo desiderio per vincolo di amicizia, dopo la scomparsa dell’amico e la perdita dell’amata Annamaria, iniziando così la sua “avventura” africana che animò di speranze, entusiasmi ed anche delusioni cocenti gli ultimi anni della sua vita.

Sono proprio queste che vedo ora, le immagini che avrei voluto poter guardare assieme a papà.
So che da dove è ora le vede comunque, ma sono io che avrei voluto poterlo guardare ancora una volta negli occhi, e vedere ancora il suo sguardo, e sentire ancora la sua voce, e condividere la sua gioia e la commozione che sicuramente lo avrebbe colto come ora coglie me nello scrivere queste parole; avrei voluto poter vedere come ne avrebbe parlato, certamente con l’entusiasmo di un bambino, ai suoi nipoti.

Io che ho fatto ben poco, se non cogliere le occasioni che mi sono state offerte, grazie ad Edgardo ed ai miei genitori che hanno avuto fiducia in lui e trasmesso a me il loro entusiasmo; ho avuto la possibilità, il piacere, l’onore, oltre che l’orgoglio, di poter partecipare a questa “avventura” di vita.
Ho potuto accompagnare il Prof. Monari, molti anni fa, prima in Friuli assieme a mio papà e mia mamma per aiutarli a costruire le casette in legno per le famiglie che avevano perso ogni cosa nel terremoto; poi ho potuto aiutare come potevo, da studente, Edgardo e mio babbo nello sviluppo dei progetti in Tanzania e proprio grazie a loro ho avuto nel 1984, la possibilità di fare la mia prima esperienza in Tanzania, accompagnato dal professor Monari, assieme ad alcuni amici per fare i rilievi topografici per il primo progetto idroelettrico di Solidarietà e Cooperazione Senza Frontiere, che ha portato alla realizzazione dell’impianto che tuttora alimenta la missione e l’ospedale di Usokami; e infine il più recente coinvolgimento nella realizzazione del Progetto idroelettrico integrato a Madege, immaginato dalla visionaria lungimiranza del Professor Monari assieme ai Padri della Consolata e al Vescovo della Diocesi di Iringa.

Queste foto, che non ho scattato io ma che sento comunque in parte mie, sono dedicate a loro: a Edgardo, a Gianfranco ed anche ad Annamaria, amica, compagna, moglie e madre, che li ha sempre sostenuti anche nei momenti più difficili della loro amicizia:
continuate ad indicarci la strada, cercherò di seguirla come meglio posso.

Grazie !

Stefano

Sviluppo …

Forse la definizione di “paesi in via di sviluppo” è ormai obsoleta e limitante, però probabilmente riesce ancora a rendere l’idea di cosa si stia parlando.

Ed è proprio a questa idea che voglio riferirmi in questa breve riflessione personale a margine di quello di cui si è in parte discusso la settimana scorsa a San Polo d’Enza all’incontro con l’ex Ambasciatore d’Italia e Presidente del Centro Relazioni con l’Africa della Società Geografica Italiana, Paolo Sannella e di cui si disquisisce, spesso a sproposito, nei talk show televisivi (quelle rare volte che si parla dei p.v.s.) e in modo ancora più superficiale sui social media.

Se il tasso di sviluppo dei paesi si misura oggi in termini di aumento del P.I.L. su base annua (è un dato di fatto anche se personalmente sono convinto che sia un parametro limitato e limitante), allora considerando che quello Italiano del 2017 è di +1,5% e quello Tanzaniano è di +6,5% allora si potrebbe semplicemente concludere che la Tanzania corre 4 volte più velocemente dell’Italia.

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Ma da dove partiamo noi e da dove partono loro?

Proviamo a vedere le cose in un altro modo facendo qualche semplice calcolo:
Un atleta professionista riesca a correre distanze brevi ad una velocità di 30 km/h (Usain Bolt, primatista mondiale, corre i 100 metri ad una velocità media di 37,587 km/h), quindi una velocità di 20 km/h è una buona media su distanze lunghe.
Ora proviamo ad immaginare che in Tanzania stiano correndo lungo la strada dello sviluppo, proprio alla velocità di 20 km/h.
Questo significherebbe che noi stiamo percorrendo la nostra via di sviluppo passeggiando ad una comoda velocità di 5 km/h.
Questo significherebbe anche che loro ci potrebbero raggiungere in poche ore.
Per esempio se la nostra meta comune fosse Roma, e partissimo tutti da Bologna, al nostro passo ci vorrebbero un’ottantina di ore, più di tre giorni, senza fermarsi mai, mentre i nostri amici tanzaniani in un giorno sarebbero già arrivati e ci aspetterebbero riposandosi .
Ma non partiamo tutti da Bologna.
Infatti il P.I.L. italiano, sempre del 2017, è di 1935 miliardi di dollari, mentre quello della Tanzania è di 52 miliardi di dollari.
Schermata 2018-11-26 alle 11.14.50
Questo significa che se noi partiamo da Bologna per andare a Roma che dista circa 380 km,
Schermata 2018-11-26 alle 11.20.27
loro, invece, in effetti partono da Iringa e dovranno arrivare a Roma passando da Gibilterra,

Schermata 2018-11-26 alle 11.33.24
il che vorrebbe anche dire che se ci riescono, dovrebbero percorrere più di 10.000 km continuando correre a perdifiato per quasi un mese intero e senza mai fermarsi un attimo.

Questa credo sia una riflessione ineludibile ragionando del fatto che paesi in via di sviluppo come la Tanzania, avrebbero al loro interno le risorse per fare sviluppo in autonomia e che non hanno bisogno di aiuto.

Credo però sia altrettanto ineludibile riflettere attentamente ed approfonditamente si tipo di aiuto che noi possiamo offrire loro.

s.c.m.

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Azioni Concrete di Pace

Il viaggio in Tanzania per seguire i progetti di Promozione Umana di Solidarietà e Cooperazione Senza Frontiere che si è appena concluso è stato particolare ed unico; come tutti i precedenti, dato il nostro modo di operare ed il contesto in cui li facciamo, ma questo in particolare lo è stato per la concomitanza con gli eventi di Parigi.
Anche se siamo completamente assorbiti dal nostro progetto più importante e dalle nostre attività in Tanzania, sempre in completa sintonia con la “missione” di SCSF volta ad opere di promozione umana nei paesi in via di sviluppo NON possiamo ignorare ciò che accade attorno e vicino a noi.
La Promozione Umana ha bisogno della Pace, non può prescindere da essa, non può esistere Promozione Umana nella guerra e nei conflitti !
In questo momento, in cui pare che l’unica risposta alle minacce che mirano la nostra convivenza civile ed i nostri valori di pace e sviluppo sociale (pur con i tanti errori ed ingiustizie di cui siamo stati più o meno volontariamente portatori), sembra essere unicamente ed univocamente un risposta di guerra e quindi di violenza, io credo fortemente e fermamente che al di la delle convinzioni di ciascuno, SIA NECESSARIA UNA CONCRETA RISPOSTA DI PACE e che sia utile dare un segnale di pace che possa essere colto da ciascuno e che possa aiutare ciascuno di noi a trovare la propria concreta via per combattere l’odio con Azioni Concrete di Pace.
In questi casi, sembra sempre di parlare di cose più grandi di noi o non alla nostra portata e in parte è vero ma questo non deve scoraggiarci dal promuovere la pace sempre e con gesti concreti, ciascuno nel suo piccolo ciascuno per le proprie capacità, ciascuno secondo la propria sensibilità.
In concreto
parto da una considerazione personale che credo possa essere condivisa:
L’odio presuppone l’individuazione di un soggetto da odiare, di un nemico;
la pace (l’amore) non ha la necessità di dover individuare un bersaglio preciso, un gesto disinteressato di pace può essere rivolto verso chiunque ed essere comunque buono.
In pratica
Se non ti vanno bene gli extracomunitari o se non puoi sopportare gli zingari forse puoi trovare persone che saresti disposto ad aiutare, persone in difficoltà che saresti disposto ad aiutare perché riescono a raggiungere la tua particolare sensibilità, la parte buona che c’è in te, quella che c’è in ciascuno di noi.
Quindi proprio verso queste persone se PUOI FARE qualcosa ALLORA FALLO !
Sarà sempre e comunque un gesto positivo e disinteressato di amore e di pace, senza polemiche, senza distinzioni.
Sono convinto che Operare Concretamente per la Pace verso qualunque soggetto ne abbia bisogno verso chiunque incontri la nostra personale sensibilità, possa concretamente contribuire a creare un clima di maggiore consapevolezza e condivisione, smussando le differenze di credo politico e/o religioso, allargando la consapevolezza delle necessità del prossimo qualunque forma o aspetto questo possa prendere.
E allora come fare per innescare questo “circuito virtuoso” ?
Pensavo (forse semplicisticamente) che potrebbe essere utile creare una piattaforma dedicata a raccogliere Azioni Concrete di Pace, un luogo virtuale, una sorta si social media, dove ciascuno in maniera libera potesse condividere le proprie Azioni Concrete di Pace attraverso il loro racconto non per vantarsi di quanto siamo stati bravi come i farisei al tempio ma più semplicemente per creare una rete di Azioni Concrete di Pace per la Pace, per ritrovare ed allargare una nuova sensibilità di Pace.
Nulla di eclatante, nulla di roboante, solo la condivisione di tanti piccoli gesti positivi in modo da incentivare l’idea secondo la quale se puoi fare qualcosa di buono allora FALLO!
Il condividere tante piccole azioni positive contribuirà alla consapevolezza che anche le piccole Azioni Concrete di Pace fatte da ciascuno nel proprio piccolo, possono essere importanti e assieme diffondere quella cultura di Pace che in questo momento è fortemente in pericolo.
La Pace è un bene che a volte tendiamo a dare per scontato ma non possiamo correre il rischio di accorgerci di quanto questo valore sia importante e vitale, solo nel momento in cui lo perdiamo, perché a quel punto sarà troppo tardi.
Mai come in questo momento dobbiamo difendere la Pace.
Questo è quello che ho pensato in questi giorni e che per quanto ingenuo possa apparire ho deciso di condividere con chi leggerà queste righe e con alcuni amici di SCSFong anche perché credo che questa associazione (che ora mi trovo a guidare) potrebbe essere giustamente promotrice di una nuova iniziativa che possa andare “oltre” i nostri progetti attuali restando nello spirito di quel “oltre” che lo stesso nostro fondatore, Edgardo Monari, aveva lasciato come eredità all’amico Gianfranco e a tutti gli amici di Solidarietà.
Vi chiedo di considerare questa idea ed esprimere le vostre opinioni in proposito per dare anche il vostro contributo di idee su come poterla mettere in pratica.
Stefano Manservisi