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La pandemia in Africa e in Tanzania

Riporto di seguito il mio ultimo contributo pubblicato sul bollettino on-line della associazione Solidarietà e Cooperazione Senza Frontiere.

La pandemia in Africa

Buona Pasqua

Cari quattro amici che leggete questo strano diario, per farvi gli Auguri in questa strana Pasqua ho pensatori condividere con voi le parole che (non senza qualche imbarazzo) ho cercato di raccogliere per gli amici di Solidarietà e Cooperazione. Sono parole che potrebbero anche apparire un po’ scontate e retoriche ma credetemi non mi è stato facile trovarle e comunque è il meglio che sono riuscito a fare con sincerità.

Cari amici,
è una Pasqua differente quella di questo 2020, difficile per certi versi, certamente carica delle sofferenze causate dall’epidemia che sta flagellando tutto il mondo, dove più e dove meno, causa di disagi e sofferenze, soprattutto per i più deboli e per i più poveri, tuttavia non priva di nuove speranze e forse anche opportunità.

Opportunità che non dovremo sprecare e dimenticare una volta che tutto ciò sarà superato.

Il tempo per stare assieme in famiglia, il tempo per pensare, per ritrovare ritmi meno frenetici, la solidarietà con i vicini, la riscoperta di amici lontani, il tempo per pregare e per ricordare chi non c’è più, il silenzio e l’odore diverso dell’aria delle nostre città, sono tutte cose delle quali non dovremmo dimenticarci appena tornati alla “normalità”.

Forse è proprio quella normalità che dovremmo cercare di cambiare, di migliorare.

Certo la preoccupazione per il futuro ancora più incerto c’è ed è forte e reale, ma non ci deve mancare la volontà di riprendere con maggiore solidarietà e maggiore cooperazione, perché come amava scrivere il nostro dottor Monari:

INSIEME SI PUO’ – PAMOJA IWEZEKANA – TOGETHER WE CAN !

Ed ancora una volta faccio mie le sue parole per porgerle a tutti voi come augurio in questa strana Pasqua 2020.

Auguri a voi, alle vostre famiglie, ai vostri cari a casa o lontani e un abbraccio da lontano a chi in questo momento di tempesta ha sofferto la perdita di parenti o amici.

Forza ! Resistiamo per ricominciare meglio di prima.

Stefano Manservisi

Solidarietà e Cooperazione Senza Frontiere ha deciso di contribuire al progetto “PIU’ FORTI INSIEME” della Fondazione Policlinico Sant’Orsola di Bologna che sostiene proprio il Policlinico, dove anche Edgardo Monari fu medico e docente.

Vi esortiamo a sostenere assieme a noi il progetto “PIU’ FORTI INSIEME

Potete trovare tutte le informazioni necessarie seguendo questo collegamento: https://www.fondazionesantorsola.it/progetti/piu-forti-insieme/

Ciascuno di noi quindi si preoccupi della salute di tutti noi e di quella dei propri cari, rispettando le indicazioni dei medici e delle autorità sanitarie e pubbliche, aiutando coloro che sono in difficoltà secondo le proprie possibilità e sensibilità, secondo coscienza e prudenza.

Emozioni, incontenibili

Nel momento in cui vedo le foto che mi manda Marco dalla Tanzania, dove con la nostra associazione di volontariato stiamo realizzando assieme alla Diocesi di Iringa in impegnativo progetto per dare accesso all’energia alle persone ed alle famiglie che vivono sulle montagne dell’altopiano di Iringa e che testimoniano le prime fasi del montaggio della turbina, il cuore del nostro Progetto idroelettrico integrato; quasi all’improvviso ed in modo inaspettato vengo colto dall’emozione. Una emozione forte che vuole uscire e devo in qualche modo comunicare, condividere; è l’emozione di un ricordo che sale dal profondo, dal cuore: è il ricordo di mio padre, il ricordo di Gianfranco, di quanto si era dedicato a questo progetto negli ultimi anni della sua vita, quanto ne sentisse (ora lo comprendo appieno) la responsabilità e l’impegno.

Impegno nel quale, come sempre, si era dedicato con tutto se stesso, nonostante l’età e la fatica, nel ricordo del suo amico fraterno Edgardo, che proprio lui aveva indicato alla guida di Solidarietà per completare il suo visionario progetto, con lo scopo di dare a chi ne era privo, le medesime opportunità di sviluppo e di miglioramento della propria condizione di vita, che tutte le persone dovrebbero avere in qualsiasi parte del mondo.

Monari aveva iniziato il suo impegno in Tanzania, mosso da una fede profonda radicata ed incontenibile, per un legame di amicizia e di solidarietà con gli amici che avevano condiviso lo slancio fraterno verso le famiglie colpite dal terremoto del Friuli.
Amici, alcuni dei quali religiosi, che successivamente si erano dati missionari in Tanzania a seguito del gemellaggio tra la Diocesi di Bologna e quella di Iringa.
Amici che arrivati in Tanzania, sulle montagne dell’altopiano di Iringa con la responsabilità di allestire dal nulla una comunità, un dispensario ed un minimo di assistenza non solo religiosa, ma umanamente anche sociale e medica, con risorse scarsissime in un luogo dove non era disponibile nulla se non una natura fertile e generosa.
Erano e sono tuttora, montagne bellissime (per chi come lui amava la montagna) ma dove Edgardo, quando cogliendo la richiesta di aiuto dei suoi amici vi si recò le prime volte, restò profondamente colpito, lui medico, professore universitario e attento pediatra, dalla mancanza dei minimi presidi sanitari per far fronte alle più elementari esigenze mediche e sanitarie delle persone e soprattutto dei bambini che numerose popolano quell’altopiano.
Di qui il suo impegno crescente ed il coinvolgimento improntato alla totale gratuità e donazione di tutto se stesso per aiutare i suoi amici e le persone che diventarono anch’esse suoi “rafiki”, amici in lingua Kiswahili; una vita dedicata all’Africa ed in particolare a quelle montagne della Tanzania, coinvolgendo a sua volta gli amici più vicini e quindi anche Gianfranco e Annamaria, i miei genitori.
Ed è a loro e quindi anche al Professor Edgardo Monari che devo la mia educazione alla Solidarietà, alla Cooperazione, senza frontiere, esperienza della condivisione e tutte le opportunità di crescita e di conoscenza che ne sono venute per me e anche per la mia famiglia.

Porto profondamente impressi con affetto ed emozione, i ricordi degli anni passati a fianco di mio papà quando, dopo aver declinato ogni precedente offerta dell’amico Edgardo di seguirlo in Tanzania, si trovò ad esaudire questo desiderio per vincolo di amicizia, dopo la scomparsa dell’amico e la perdita dell’amata Annamaria, iniziando così la sua “avventura” africana che animò di speranze, entusiasmi ed anche delusioni cocenti gli ultimi anni della sua vita.

Sono proprio queste che vedo ora, le immagini che avrei voluto poter guardare assieme a papà.
So che da dove è ora le vede comunque, ma sono io che avrei voluto poterlo guardare ancora una volta negli occhi, e vedere ancora il suo sguardo, e sentire ancora la sua voce, e condividere la sua gioia e la commozione che sicuramente lo avrebbe colto come ora coglie me nello scrivere queste parole; avrei voluto poter vedere come ne avrebbe parlato, certamente con l’entusiasmo di un bambino, ai suoi nipoti.

Io che ho fatto ben poco, se non cogliere le occasioni che mi sono state offerte, grazie ad Edgardo ed ai miei genitori che hanno avuto fiducia in lui e trasmesso a me il loro entusiasmo; ho avuto la possibilità, il piacere, l’onore, oltre che l’orgoglio, di poter partecipare a questa “avventura” di vita.
Ho potuto accompagnare il Prof. Monari, molti anni fa, prima in Friuli assieme a mio papà e mia mamma per aiutarli a costruire le casette in legno per le famiglie che avevano perso ogni cosa nel terremoto; poi ho potuto aiutare come potevo, da studente, Edgardo e mio babbo nello sviluppo dei progetti in Tanzania e proprio grazie a loro ho avuto nel 1984, la possibilità di fare la mia prima esperienza in Tanzania, accompagnato dal professor Monari, assieme ad alcuni amici per fare i rilievi topografici per il primo progetto idroelettrico di Solidarietà e Cooperazione Senza Frontiere, che ha portato alla realizzazione dell’impianto che tuttora alimenta la missione e l’ospedale di Usokami; e infine il più recente coinvolgimento nella realizzazione del Progetto idroelettrico integrato a Madege, immaginato dalla visionaria lungimiranza del Professor Monari assieme ai Padri della Consolata e al Vescovo della Diocesi di Iringa.

Queste foto, che non ho scattato io ma che sento comunque in parte mie, sono dedicate a loro: a Edgardo, a Gianfranco ed anche ad Annamaria, amica, compagna, moglie e madre, che li ha sempre sostenuti anche nei momenti più difficili della loro amicizia:
continuate ad indicarci la strada, cercherò di seguirla come meglio posso.

Grazie !

Stefano

Buffoni e burattini

Oggi rientrando in studio da un cantiere mi è capitato di ascoltare le parole di una vecchia canzone di Edoardo Bennato. Una canzone che ascoltavo da ragazzino … ” … la guerra è una cosa seria, buffini e burattini, no, non la faranno mai …”

Vero!

Lungi da me fare di Bennato un profeta (ci mancherebbe altro). Però mi trovo terribilmente d’accordo con il testo di questa canzone: la guerra E’ una cosa seria, la si può chiamare come ci pare o ci conviene, “operazioni militari”, “peace keeping” ma tale resta.

Ed è talmente seria da essere giustificata da ragioni serissime, comprensibilissime, perfino condivisibili (le motivazioni).

Quello che mi chiedo è: possibile che non ci sia il modo di arrivare in tempo a risolvere le questioni che sono alla base dei conflitti PRIMA che l’unica opzione praticabile sia quella militare, ovvero la guerra?

Possibile che si resti sempre un passo indietro a guardare quello che succede salvo poi farsi avanti quando non è più possibile stare a guardare e non resta altro da fare che combattere …

Non so forse no … ma il dubbio resta … nessuno si è accorto di quello che stava accadendo in nord Africa?  L’aumento dei prezzi dei generi alimentari di base (non del saint honorè), l’accesso diffuso alla informazione (libera o meno), il diffuso cambiamento culturale … tutte queste cose che non sono nuove ed inaspettate ma già ben visibili e registrate da almeno 4 o 5 anni, non dovevano forse farci riflettere su come la gestione di questi problemi e delle risorse alimentari ed energetiche che stanno alla base di tutto avrebbe potuto e dovuto condurre a una maggiore coscienza e forse a cercare interventi correttivi? La crisi economica conseguenza di una gestione puramente speculativa delle attività finanziarie non ha insegnato molto  e forse ci ha anche distratti dal vedere cosa stava succedendo intorno mentre eravamo tutti contratti a piangere noi stessi (in senso generale di occidentali) …

Non so … forse giunti a questo punto non si poteva fare altro, non si poteva abbandonare la gente di Libia nelle mani di un pazzo sanguinario … forse però si poteva evitare prima di restare sempre proni alle sue follie per salvaguardare interessi economici e finanziari di limitato orizzonte … fino a fargli il baciamano …

Forse si poteva fare qualcosa prima. Io comune cittadino forse nulla direttamente … ma a volte basta anche dire le cose come stanno, e se si è in un numero abbastanza grande di singole voci a volte ci si può far sentire da chi, governando, dovrebbe avere la possibilità di incidere in qualche misura sugli eventi.

Stefano