Tempo, spazio e la banalità del male.

Prendo spunto da tue libri che sto leggendo: “Tempo. Il sogno di uccidere Chrònos” di Guido Tonelli e “Le sarte di Auschwitz” di Lucy Adlington.

Per inciso, mi sto rendendo conto in questo momento (mentre scrivo queste righe) che in tutta la mia vita non ho mai scritto la parola “Auschwitz”; pur avendone letto molte volte in molti libri, testi scolastici, saggi e articoli, avendola udita in molte trasmissioni, documentari e film sia in televisione che alla radio o al cinema ed avendola certamente anche pronunciata in effetti credo questa sia per me la prima volta che la scrivo.

E’ una strana sensazione, che mi fa pensare alle donne costrette in condizioni di privazione e sofferenza ad occuparsi di “bellezza” ed “eleganza” per le mogli e le amanti degli ufficiali delle SS Naziste nel campo di concentramento di cui racconta Lucy Adlington nel suo libro e non posso fare a meno di pensare alle condizioni di lavoro cui sono costretti gli uomini e le donne, a volte anche bambini e bambine, che in “fabbriche” sperdute in posti che nemmeno conosciamo in Cina o in India o in qualsiasi posto “altro” da ciò di cui possiamo avere esperienza diretta (a volte anche senza dover uscire dai nostri confini), per confezionare l’eleganza e la bellezza di cui ci piace adornarci.

Non c’è nulla di male nel tendere alla bellezza e all’eleganza, anzi questa “tensione” dovrebbe migliorare l’armonia tra noi e il mondo, l’ambiente, la società, la cultura in cui viviamo.

Purtroppo spesso lo “spazio”, ovvero la lontananza in senso fisico, dei luoghi dove bellezza ed eleganza vengono confezionate, sopisce la nostra consapevolezza sul prezzo reale che altri (non noi) devono pagare per consentirci di soddisfare questa “tensione”.

Così come il “tempo” che separa le sarte di Auschwitz dagli operai di certe odierne fabbriche della moda non ci permette di cogliere a pieno la consapevolezza di come l’orrore che ci suscita oggi la lettura di ciò che è successo non molto lontano da noi in un tempo che non abbiamo vissuto, non sia in realtà molto lontano dai sentimenti che dovremmo provare pensando a ciò che avviene solo poche ore prima che noi si indossi un indumento che ci procura piacere.

Non possiamo certamente pretendere di conoscere ed avere certezza delle condizioni in cui lavorano le persone che confezionano gli abiti che indossiamo, ma credo che avere la consapevolezza di quanto questi sono costati ad altri ci debba far riflettere su come cercare di mitigare queste iniquità.

Certo se le persone non avessero alcuna “tensione” al “bello” non esisterebbe la sofferenza di chi quel “bello” deve produrre e in fin dei conti non esisterebbe neppure l’arte e la creatività, è quindi una “tensione” innata e positiva, ma non lo può essere al prezzo di sofferenze altrui, altrimenti l’esito (in tempi nemmeno troppo lunghi) non potrà che essere negativo e condurre verso conflitti di giusta rivalsa di chi ha sofferto verso chi in modo più o meno consapevole ha permesso che queste sofferenze venissero perpetrate.

Ovvero credo che se pure in effetti noi si possa fare poco di immediato e concreto la consapevolezza delle fatiche e anche delle sofferenze cui ad altri costa il nostro piacere ed il nostro benessere debba valere lo sforzo di fare almeno quel poco che comunque è in nostro potere per ridurre il divario.

Aumentare la consapevolezza e ridurre gli eccessi sarebbe già una buona regola.

A cominciare dal sottoscritto …

Stefano Manservisi

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