25 aprile 2020

nonostante l’epidemia “Ho visto un bel mondo”

Non credo che canterò “Bella Ciao” a squarciagola dal balcone ci casa mia ma solo per pudore e rispetto della musica. Ai tempi dell’epidemia il 25 aprile si festeggia da casa ma resta comunque la festa della Liberazione.

Mio babbo Gianfranco non è stato partigiano, era troppo piccolo per esserlo (era del ’33) ma mi raccontava sempre gli episodi che durante la guerra gli rimasero impressi per sempre.

Mi raccontava di quanto sua mamma (la mia nonna Elvira Forni) era preoccupata tutte le volte che bombardavano Bologna e il babbo (il mio nonno Atteone Manservisi) che era stato comandante dei Vigili del Fuoco volontari di San Giovanni in Persiceto, correva in città assieme agli altri Pompieri.

Mi raccontava di come il nonno Atteone aveva nascosto in una buca scavata in cantina una scorta di strutto che gli aveva regalato un contadino perchè a San Giovanni c’erano i Tedeschi e i Fascisti verso la fine della guerra non si facevano scrupoli di rapinare ogni genere alimentare dalle case.

Mi raccontava di come per guadagnare qualche tavoletta di cioccolata dagli americani dopo la liberazione di San Giovanni, “boxava” con gli amici della sua età (10, 12 anni circa) in improvvisati ring per divertire i soldati americani.

Mi raccontava di come un ufficiale tedesco che gli insegnava ad andare a cavallo (di nascosto dai suoi) nel piazzale del mercato, gli salvò la vita gettandosi su di lui per ripararlo dalle mitragliate di “pippo”, il ricognitore americano che tutti i giorni passava sopra San Giovanni e sparava sui tedeschi.

Mi raccontava che una sera i fascisti delle “squadracce”, agitati e feroci per l’avvicinarsi degli americani, si presentarono a casa sfondando la porta, minacciando la nonna con i manganelli e le pistole, perché dovevano “convincere” ‘Teone (come era chiamato il nonno a San Giovanni) ad indossare il fez e il distintivo del partito fascista e la deridevano perché secondo loro evidentemente ‘Teone non avena nemmeno il coraggio di farsi vedere, lasciando la moglie alla porta per nascondersi come un vigliacco; salvo poi andarsene “con la coda tra le gambe” (diceva proprio così) quando la nonna senza battere ciglio disse loro che suo marito era con gli altri pompieri volontari sotto le bombe degli americani a Bologna per salvare le persone e spegnere gli incendi e che i vigliacchi erano loro che invece di aiutare andavano in giro in gruppo, armati, a minacciare donne sole e bambini. (hai capito la nonna Elvira !!!)

Mi raccontava che il nonno non si era mai tolto il cappello davanti ai gerarchi della casa del fascio e alla domenica non si era mai messo la spilla del partito fascista anche se per questo era stato più volte minacciato di “purga”. Il nonno mi raccontava che erano talmente codardi che comunque a lui, comandante dei Pompieri di San Giovanni, e a suo fratello, macchinista ferroviere, non avrebbero mai avuto il coraggio di fare nulla perché sapevano che ci avrebbero solo rimesso, visto che in paese erano più i loro amici che non gli amici dei fascisti.

Mi ricordo che il nonno per il mio diciottesimo compleanno mi disse: “Non toglierti mai il cappello davanti nessuno, il cappello lo devi togliere solo in chiesa. Solo così sarai rispettato da tutti”; il nonno Atteone non era di molte parole e non si è mai permesso di “interferire” con la mia educazione che come la nonna, riteneva fosse compito di mio papà e di mia mamma; quelle furono le parole che più mi sono rimaste nella mente e nel cuore, le stesse che mi avrebbe detto più volte anche papà.

Atteone e Gianfranco
Atteone e Gianfranco Manservisi a passeggio in piazza a San Giovanni in Persiceto (anni ’40 del secolo scorso)

Anche la mamma raccontava, figlia di un falegname e di una rilegatrice, mi raccontava della fame e del freddo, e di come la nonna Rita correva spaventata giù in falegnameria quando la sega si fermava e in strada si sentiva solo la voce del nonno “‘Gusto” che cantava l’internazionale socialista e per questo era già stato pestato e “purgato” dai fascisti.

I miei genitori ed i miei nonni non erano partigiani, ma erano anche certamente, Antifascisti e non per questo mio babbo ha mai dimenticato quando seppe che l’amico Giuseppe Fanin, suo compagno di giochi e di catechismo in “Sede” (a San Giovanni la parrocchia era “La Sede”, sottintendendo “della azione cattolica”, mentre la Casa del Popolo, sede del P.C.I. era “il cremlino”), era stato ucciso a botte solo perchè sindacalista cattolico e non allineato con il PCI.

Uno dei periodi della sua vita del quale mio babbo andava più fiero, fu quello durante il quale, andò con la Croce Rossa ad aiutare gli Ungheresi che nell’inverno del 1956, cercavano di attraversare la Cortina di Ferro per scappare dal regime comunista verso l’Austria.

Gianfranco in Austri nell’inverno del 1956 a 23 anni, per aiutare i profughi in fuga dall’Ungheria durante l’insurrezione ungherese

Tutto questo non ha mai comunque distratto i miei dall’idea che la Libertà va conquista e difesa contro tutti i totalitarismi e dalla necessità di trasmettere questa idea ed insegnarla ai loro figli. Una idea di pace e libertà per tutti. Per ricordare che l’Italia ha dovuto lottare e soffrire proprio per liberarsi dal fascismo per conquistare la libertà e difenderla poi dal comunismo, per permettere a chiunque di avere ed esprimere le proprie idee liberamente purché non voglia imporle agli altri con la forza o la violenza.

Se posso dire di avere visto un bel mondo lo devo anche a mio nonno Atteone Manservisi e al mio nonno Isidoro Augusto Morisi, a mio papà Gianfranco e alle loro mogli le quali non hanno mai fatto mancare il loro coraggioso e concreto sostegno, Elvira Forni, Rita e Anna Maria Morisi.

O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao …

Buona festa della liberazione attui !!!

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