Quei poveretti con il telefonino

Qualche giorno fa, uscendo da una buona pasticceria bolognese dove avevo appena perpetrato il mio ultimo peccato di gola, sono rimasto colpito da un ragazzo africano che elemosinava spiccioli per fare colazione intanto che parlava al cellulare.

“Ma come ?” penso “mi dà un gran fastidio parlare con chi porta il telefono all’orecchio e dovrei dare due soldi a lui qui ?”.

Arrivato in studio mentre do una veloce occhiata alle ultime news mi cade l’occhio sull’ultimo tweet (allora) dell’allora ineffabile ministro dell’interno, nonché vice primo ministro, nonché leader (!?) di uno dei più votati partiti italiani che come sempre attacca con veemenza i migranti che (a sentir cui) arrivano da noi con catene d’oro e telefonini che e “prendono il sole” sulle barche delle malefiche ong.

Rilfetto: oltre che da ignoranti è anche da ipocriti, l’oggetto in sé è ormai alla portata di tutti, anche di chi ha meno risorse, anzi è l’ultimo strumento a cui puoi rinunciare se vuoi avere speranze di essere ancora in pista per un lavoro, anche il più umile.

In Tanzania uno smartphone economico (ma comunque funzionale) lo puoi trovare usato per l’equivalente di poche decine di euro, mentre le sim a ricarica partono da un taglio equivalente a nemmeno 3 €uro e con quelli puoi già chiamare e mandare messaggi (il che per altro la dice lunga sui profitti delle compagnie telefoniche). L’accesso allo strumento copre una fascia centrale molto vasta della popolazione. Poi c’è una fascia più alta, quella per la quale il vero lusso è permettersi di non averlo. E infine, all’estremo opposto, c’è la fascia di coloro che proprio non arrivano a racimolare nemmeno i pochi soldi necessari e che probabilmente, comunque, non saprebbero nemmeno come utilizzarlo, sono gli ultimi, i diseredati, gli invisibili e respinti … E quindi certamente nemmeno in grado di intraprendere un viaggio di alcun tipo verso l’Europa … Di questi per altro si preoccupano in ben pochi.

Chi decide di affrontare un viaggio (sapendo benissimo a quali rischi, umiliazioni e fatiche va in contro), lo fa perché ha fatto una semplice valutazione (questa sì reale e non come quelle di Toni Nelli) costi-benefici, e il costo (in termini di rischi, umiliazioni, fatiche e soldi) è certamente inferiore a ciò che perderebbero (negli stessi termini) restando a casa loro. Chi arriva qui seguendo quei percorsi è sufficientemente motivato e “selezionato” (in termini cinici di selezione naturale) da costituire una risorsa più che un pericolo. Anzi, il pericolo, se mai ci fosse, è quello che noi ci si sia talmente ripiegati su noi stessi e sugli agi (che ci sono pervenuti principalmente per meriti delle generazioni che ci hanno preceduto) cui ormai siamo abituati, da non riuscire a vedere e gestire tale risorsa con lungimiranza, giustizia ed equità (che è poi ciò che la maggior parte di queste persone cerca).

Certo che ci sono anche dei delinquenti ma sono pochi e vanno cercati e combattuti, né più né meno di quando si dovrebbe sempre fare per qualsiasi altro delinquente; non perché ha un colore diverso, parla una lingua diversa o viene da un paese diverso.

E come nessuno, dotato di buon senso, butta via un intero raccolto solo perchè c’è qualche pianta infestante, penso che nessuno dovrebbe pensare che a causa di qualche delinquente dobbiamo privarci di una potenziale risorsa. Invece noi usiamo parte delle nostre sempre più scarse risorse proprio per toglierci la possibilità di averne un’altra …

Ma ha senso?

Credo di no, soprattutto se oltre al piano puramente razionale ed utilitaristico vogliamo (e credo sia opportuno visto che non parliamo di piante ma di persone) considerare anche quello umano ed etico.

Siamo e dobbiamo restare umani … con tutto ciò che ne consegue: molti difetti ma anche capacità di correggerli.

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