Tempo

Il sogno di uccidere Chrónos

Guido Tonelli, Milano, Feltrinelli editore, 2021

Avvincente saggio che racconta in modo comprensibile ed affascinante l’evolversi del concetto di “tempo” tra fisica e filosofia, lungo il percorso della storia umana.

Guido Tonelli, fisico e accademico italiano , esplora e racconta l’evoluzione della idea stessa di Tempo; dalle prime tracce della sua formazione nel pensiero dei primi filosofi che ne intuiscono l’importanza ed il legame con l’ambiente (spazio) in cui vivono e con la vita stessa, al legame del tempo non solo con la fisica ma anche con i meccanismi vitali di tutti gli esseri viventi, dai più elementari ai più complessi. 

Il concetto di tempo viene descritto in modo comprensibile anche per chi non ha una estesa ed approfondita conoscenza scientifica della fisica; dalle sue interazioni alla scala cosmologica alle sue interazioni e legami con la nascita, evoluzione ed espansione dell’universo che ci circonda, fino a quelle infinitesimali con le particelle elementari e con l’energia che ne governa i rapporti. 

Il tempo viene esplorato nelle sue caratteristiche per illustrarne gli aspetti fondamentali che ci sono così familiari e radicati nella nostra consapevolezza; come quella per cui il tempo scorre in una unica direzione dal passato al futuro, esplorando il significato stesso di “passato”, “presente” e “futuro”.

Tempo è un coinvolgente racconto della spasmodica ricerca della conoscenza attraverso le teorie più affascinanti che cercano di spiegare il funzionamento del “tutto”, nello sforzo di collegare la teoria della relatività che spiega i meccanismi della fisica a livello macroscopico (ovvero di ciò che possono percepire i nostri sensi e di tutto ciò che è influenzato e legato alla presenza della gravità nel rapporto tra “spazio” e “tempo”), con la teoria della meccanica quantistica che invece affronta i legami e le interazioni della materia alla scala infinitesimale , dove le dimensioni dello spazio e del tempo sembrano non avere più senso e mostrano comportamenti apparentemente contraddittori rispetto a quanto osserviamo alla scala macroscopia.

Arrivando ad esporre le teorie più avanzate che cercano di dare una spiegazione del “tutto“: la teoria delle stringhe (che prende inizio dalle considerazioni del fisico italiano Gabriele Veneziano) e quella detta della gravità quantistica a loop (o Lqg, Loop Quantum Gravity, teorizzata proprio da Carlo Rovelli assieme a Lee Smolin dove si ipotizza uno spazio non continuo e discreto, nel quale il tempo diventa ininfluente) , fino alle ultime considerazioni proprio di Lee Smolin (dove invece si teorizza che sia lo spazio a diventare ininfluente)

Una lettura coinvolgente che ci accompagna attraverso i sentieri a volte impervi della fisica fino ai limiti delle attuali conoscenze in modo comprensibile.

S.C.M.

Tempo, spazio e la banalità del male.

Prendo spunto da tue libri che sto leggendo: “Tempo. Il sogno di uccidere Chrònos” di Guido Tonelli e “Le sarte di Auschwitz” di Lucy Adlington.

Per inciso, mi sto rendendo conto in questo momento (mentre scrivo queste righe) che in tutta la mia vita non ho mai scritto la parola “Auschwitz”; pur avendone letto molte volte in molti libri, testi scolastici, saggi e articoli, avendola udita in molte trasmissioni, documentari e film sia in televisione che alla radio o al cinema ed avendola certamente anche pronunciata in effetti credo questa sia per me la prima volta che la scrivo.

E’ una strana sensazione, che mi fa pensare alle donne costrette in condizioni di privazione e sofferenza ad occuparsi di “bellezza” ed “eleganza” per le mogli e le amanti degli ufficiali delle SS Naziste nel campo di concentramento di cui racconta Lucy Adlington nel suo libro e non posso fare a meno di pensare alle condizioni di lavoro cui sono costretti gli uomini e le donne, a volte anche bambini e bambine, che in “fabbriche” sperdute in posti che nemmeno conosciamo in Cina o in India o in qualsiasi posto “altro” da ciò di cui possiamo avere esperienza diretta (a volte anche senza dover uscire dai nostri confini), per confezionare l’eleganza e la bellezza di cui ci piace adornarci.

Non c’è nulla di male nel tendere alla bellezza e all’eleganza, anzi questa “tensione” dovrebbe migliorare l’armonia tra noi e il mondo, l’ambiente, la società, la cultura in cui viviamo.

Purtroppo spesso lo “spazio”, ovvero la lontananza in senso fisico, dei luoghi dove bellezza ed eleganza vengono confezionate, sopisce la nostra consapevolezza sul prezzo reale che altri (non noi) devono pagare per consentirci di soddisfare questa “tensione”.

Così come il “tempo” che separa le sarte di Auschwitz dagli operai di certe odierne fabbriche della moda non ci permette di cogliere a pieno la consapevolezza di come l’orrore che ci suscita oggi la lettura di ciò che è successo non molto lontano da noi in un tempo che non abbiamo vissuto, non sia in realtà molto lontano dai sentimenti che dovremmo provare pensando a ciò che avviene solo poche ore prima che noi si indossi un indumento che ci procura piacere.

Non possiamo certamente pretendere di conoscere ed avere certezza delle condizioni in cui lavorano le persone che confezionano gli abiti che indossiamo, ma credo che avere la consapevolezza di quanto questi sono costati ad altri ci debba far riflettere su come cercare di mitigare queste iniquità.

Certo se le persone non avessero alcuna “tensione” al “bello” non esisterebbe la sofferenza di chi quel “bello” deve produrre e in fin dei conti non esisterebbe neppure l’arte e la creatività, è quindi una “tensione” innata e positiva, ma non lo può essere al prezzo di sofferenze altrui, altrimenti l’esito (in tempi nemmeno troppo lunghi) non potrà che essere negativo e condurre verso conflitti di giusta rivalsa di chi ha sofferto verso chi in modo più o meno consapevole ha permesso che queste sofferenze venissero perpetrate.

Ovvero credo che se pure in effetti noi si possa fare poco di immediato e concreto la consapevolezza delle fatiche e anche delle sofferenze cui ad altri costa il nostro piacere ed il nostro benessere debba valere lo sforzo di fare almeno quel poco che comunque è in nostro potere per ridurre il divario.

Aumentare la consapevolezza e ridurre gli eccessi sarebbe già una buona regola.

A cominciare dal sottoscritto …

Stefano Manservisi

Ridere per non piangere

edizione del 29 ottobre 2022

Mi pace questo governo ? No.

Mi fido di questo governo? No.

Quindi chiarito come la penso, prendo atto che gli obiettivi ed i temi che questo governo giudica più importanti ed urgenti da affrontare sono nell’ordine:

  • genere e declinazione del sostantivo da attribuire al capo del governo;
  • violazione delle frontiere nazionali da parte di un esercito straniero (di migranti);
  • ripristinare la libertà dei cittadini di poter girare con rotoli di banconote fino a 10M€ (legate con l’elastico);

Si vede che io vivo in un altro mondo o quanto meno in un atro paese perchè ero convinto che avessimo una fila di altri problemi più gravi prima di doverci occupare di questi.

Meno male che Il Presidente del Consiglio dei Ministri del Governo Nazionale Italiano è un uoma giovane perché evidentemente io sono una donno e ormai piuttosto anziana e confusa.

Stefano C. Manservisi

Pensieri prima che sorga il sole

Forse è perché l’animo è oppresso dai dubbi, dalle paure e dalle ansie, per il lavoro, per il futuro, in particolare per il futuro di mia figlia, della mia famiglia; forse perché è mattina presto, la notte è stata buia e il sole deve ancora sorgere ed illuminare completamente i pensieri oscuri; ma sono sempre più convinto che il mondo, noi, “l’occidente” stia scivolando lungo un pendio sempre più ripido.

Un pendio che abbiamo cominciato a precorrere da molto tempo, tutti contenti del fatto che in lieve discesa si facesse poca fatica.

Poi, quando la discesa si è fatta più percepibile, invece di pensare che stavamo continuando a scendere e quindi a perdere di vista l’orizzonte, ci siamo detti che in effetti era anche divertente correre in discesa.

Poi, ad un tratto la discesa si è fatta ripida, la pandemia ci ha costretti a faticare per rallentare, a preoccuparci che durante la nostra folle corsa non ci capitasse di inciampare, abbiamo iniziato a capire che inciampare e cadere mentre corri in discesa può essere doloroso.

Poi, ancora più all’improvviso: il pendio, ripido, molto ripido, della guerra; e terribilmente da qui qualche scorcio del baratro, della voragine che ci stava davanti e ci siamo resi conto di come dentro ci stessero già cadendo molte persone.

Allora qualcuno, a fatica, si ferma un attimo, guarda in alto; il cielo è sempre li, a volte con il sole, a volte con la pioggia, e capisci che se piovesse, forte, sarebbe difficile non scivolare, e ancora più difficile risalire il pendio dove ci siamo allegramente scapicollati pensando che si potesse andare perennemente in discesa senza dover mai risalire.

Ci siamo dimenticati che ad ogni discesa corrisponde una salita, chi ama le passeggiate in montagna lo dovrebbe sapere bene e sa anche che più è ripida la discesa più ti devi preoccupare di non correre troppo per non inciampare e soprattutto sai che sarà altrettanto difficile e faticoso e a volte doloroso risalire.

Sai anche però che il panorama in cima sarà bellissimo. Ma fino a che non ci arrivi sarà anche fatica e sudore.

Bene ci siamo, siamo al punto in cui il pendio che abbiamo allegramente disceso è diventato ripido, qualcuno ha iniziato a fermarsi e a girarsi indietro quando a visto che molti vicino a noi stavano cadendo nella voragine. Qualcuno comincia a rendersi conto che risalire sarà difficilissimo, soprattutto perché in molti continuano a scendere e alcuni stanno addirittura rotolando senza controllo.

Ecco, Putin, nella sua lucida follia credo abbia visto tutto questo, abbia visto come l’occidente europeo stava discendendo il pendio della storia, illudendosi nel suo dorato isolamento, di non essere sul medesimo pendio ma di esserne al di sopra, come un dio che aleggia sulle nuvole, ha pensato di poter essere (o forse addirittura di dover essere) lui a decidere come fermare la discesa e chi si doveva fermare e in che modo farlo.

Sinceramente non riesco a capire cosa possa pensare di fare, d’altronde io sono qui, con i piedi puntati a terra per cercare di non scivolare, e non ho la minima idea di cosa può passare per la testa di chi crede di essere Dio. Io però so che anche Putin è invece sullo stesso pendio assieme ai suoi sodali, potenti, altrettanto isolati e convinti di sapere cosa fare, convinti che siccome a noi (suoi nemici, coloro che lo hanno umiliato) piace molto camminare in discesa, e quindi bastasse darci una spintarella per farci precipitare tutti oltre il baratro e restare indiscusso padrone del campo.

Purtroppo non è così, lui non è sulle nuvole e noi non dobbiamo farci trascinare dalla sua follia; noi dobbiamo puntare i piedi resistere, e non possiamo e non dobbiamo farci prendere anche noi dalla frenesia e cominciare a spintonare lui perché si sta portando nel baratro l’Ucraina indifesa.

Se iniziamo anche noi a spintonare, non aiuteremo di certo le persone che vivono in Ucraina a risalire per non cadere nel baratro dove li ha cacciati un folle allucinato dal potere.

Se iniziamo a spintonare anche noi, quello che si rischia è di perdere l’equilibrio e cadere tutti assieme nel baratro, un burrone da cui NON SI ESCE.

Quello che dovremmo fare è puntare i piedi, offrire una mano a chi sta cadendo, cercando con tutte le nostre forze di tirarlo su dal burrone e cominciare, assieme, a risalire.

Agitarsi in modo isterico o addirittura spingere gli altri per non cadere noi stessi, di solito causa come unico risultato che si cade tutti quanti.

In questo momento la priorità è non cadere nel baratro, possibilmente cercando di dare una mano a chi vi è trascinato dentro. Molti, troppi, sono già caduti (purtroppo non da oggi ma noi eravamo ancora tutti convinti che il nostro bel prato verde in discesa fosse infinito per accorgerci che invece è costellato di voragini).

La priorità è la Pace, smettere di sparare, fermarci, recuperare lucidità, isolare la follia cieca senza cadere nella retorica eroica altrettanto cieca ed inutile per la Pace.

Parlare di riarmo, mostrare che ancora abbiamo i muscoli tonici e che se veniamo colpiti possiamo reagire facendo del male, non credo sia di alcun aiuto, soprattutto guardando un po’ oltre e sempre guardando oltre, non aiuta nemmeno la retorica eroica e vendicativa del “la pagherete cara”: ci sarà sempre un conto da pagare, fin quando, tragicamente, non ci sarà nulla da e per pagare qualunque cosa.

Forse sarebbe opportuno guardare avanti, cercare di immaginare cose c’è oltre !

Se l’urgenza è fermare la guerra, cosa c’è di male a parlare di neutralità dell’Ucraina ?

Cosa c’è di sbagliato nel rassicurare chi sta tenendo una nazione intera per il collo perché si è convinto che questa potesse venire a braccetto con noi per danneggiare lui ? 

Non sarebbe forse meglio cercare di rassicurare chi ha perso il lume della ragione per cercare di farlo smettere e poi magari questa volta non dimenticare la sua follia e cercare di fare in modo che non possa proseguire nella sua follia in futuro ?

Se per smettere di bombardare case e uccidere persone occorre promettere la neutralità dell’Ucraina, sarebbe così insopportabile l’onta della “sconfitta” per le madri che potrebbero riabbracciare i propri figli o per le mogli che potrebbero ricongiungersi ai propri mariti ?

A chi giova “la pagherete cara” se non ci sarà più nulla da pagare ?

A cosa varrà l’eroismo di una nazione se il rischio è che non ci sia nemmeno un futuro dove questo eroismo possa essere scritto sui libri di storia e questo perché non ci sarà più una storia da scrivere ?

Certo l’Ucraina è una nazione e come tale ha il diritto di poter scegliere liberamente e in autonomia, libera da costrizioni, da che parte stare e cosa fare e Prendere decisioni con una pistola puntata alla tempia, non è certo il modello di autodeterminazione, ma se ha senso difendere i propri diritti ed il proprio onore a costo di vite umane ? 

Il sacrificio dell’orgoglio e dell’onore di una nazione a fronte del sacrificio di migliaia di vite umane non credo possa essere giudicato come egoismo o paura e se anche lo fosse, non sono entrambe facce del nostro innato istinto di sopravvivenza ? E se una nazione non sopravvive cosa ne sarà del suo onore ? della sua autodeterminazione ?

Morire con onore dipendere dalla volontà di ciascuno per se stessi, non credo sia applicabile e nemmeno giusto se questo comporta il sacrificio di altre persone, anzi non so nemmeno se sia giusto rinunciare alla propria vita per poterlo fare con onore se hai responsabilità verso altri.

Io credo che la rinuncia (temporanea come temporanei sono tutti gli eventi della storia) all’orgoglio e all’onore di una nazione a fronte della salvezza di migliaia di vite umane sia semplicemente mantenere lucidità di pensiero politico nel governo della azione stessa.

Forse sarei anche disposto (dico forse perché in certe situazioni sai come ti comporti solo quando ti ci trovi) a sacrificare la mia vita per difendere la mia famiglia, non so se ne sarei altrettanto disposto per il mio onore, ma non credo che sarei disposto a seguire fino in fondo chi non comprende quando è il momento di alzare le mani e parlare.

A cosa giova mostrare i muscoli e stringere un folle nell’angolo sapendo che il folle senza via di scampo può reagire esattamente da quel che è: da folle ?

Possibile che nessuno abbia mai giocato a Risico e trovandosi in una situazione di irreversibile stallo non si sia trovato a decidere di attaccare tutti, soprattutto chi ha più carriarmatini, per fare almeno un po’ di scompiglio e vendere cara le pelle ?

Ma se in realtà i carriarmatini sono invece armi in grado di uccidere o annichilire nel dolore e nella sofferenza migliaia di persone nel solo tempo di un lampo ! Non è forse un rischio troppo alto anche per la salvaguardia dell’orgoglio e dell’onore ?

Cosa c’è di così difficile da capire ? O forse sono io che non riesco a capire ?

Per me l’urgenza è fermarsi !

Finché è possibile farlo, e il tempo NON gioca a nostro favore in questo.

Chi ha pianificato da tempo ed iniziato con arroganza, protervia e violenza questa guerra, potrebbe ritrovarsi prigioniero della suo stesso orgoglio e non poter ammettere una sconfitta sapendo che non potrebbe sopravvivere ad essa e chi è stato offeso, attaccato, invaso, umiliato potrebbe restare accecato dalla rabbia (comprensibile ma inutile) e dalla sete di rivalsa.

Ma che onore ci sarebbe nel causare altre vittime anche e soprattutto tra la propria gente ?

E allora penso che sarebbe il caso smettete subito di parlare di armi, di riarmo e di guerra, di onore e di “libertà” e di mostrare i muscoli, parliamo invece subito di pace, parliamo di fermarci, cerchiamo le chiavi per fermare tutto questo prima che sia tardi.

Non occorre scomodare la storia, abbiamo già dimenticato che solo due settimane fa tutti ci illudevamo credendo che una cosa simile non sarebbe mai potuta accadere ?

Due settimane fa ! non un secolo.

Pace in questo momento significa posare le armi e prendere un respiro profondo, calmare la rabbia e recuperare lucidità per iniziare la faticosa risalita.

La speranza è l’ultima a morire.

Stefano

Diario famigliare, 0

Scrivere per ricordare,

ricordare per continuare.

I ricordi attraverso i ricordi: diverse generazioni precedenti e presenti nella mia memoria.

Non siamo del tutto morti finché qualcuno conserva un nostro ricordo.

Ovvero l’urgenza di fissare i ricordi delle persone care prima che vadano persi, scrivere i ricordi potrebbe anche significare forzarne la loro intima natura evanescente per costringerli all’interno delle parole, non di meno senza questa costrizione credo che il danno (?) sarebbe maggiore: la loro perdita.

I ricordi stanno in un luogo della mente che non può contenerli tutti, i ricordi per loro natura tendono a sfuggire nel tempo; la nostra mente li seleziona con logiche a volte difficilmente comprensibili e non necessariamente seguendo la regola del traghetto: first in first out.

Tuttavia nella nostra testa i ricordi godono di una condizione di indefinizione che rende impossibile fissarli entro confini precisi e la loro trasposizione in parole e scrittura ci costringe ad una loro più rigida definizione, mediata dalla nostra esperienza fisica.

Difficile e forse inutile tentare di dare a questa trasposizione dei ricordi una struttura logica ma per cercare di “fissarli” è pur necessario definire una sorta di scaletta:

  • I bisnonni: sono i ricordi dei genitori dei genitori dei miei genitori. Ho avuto la fortuna di conoscerne due e di conservare di loro alcuni ricordi diretti che poi si confondono con i racconti dei ricordi dei nonni e dei miei genitori.
  • I nonni: ho potuto conoscerli tutti, ho trascorso con loro molta parte della mia infanzia e adolescenza poi, purtroppo, li ho visti andare, diventare essi stessi ricordi.
  • I genitori: i miei e quelli di mia moglie e dei miei amici, sono i ricordi delle vite che maggiormente si intrecciano con la mia.
  • Gli amici: zii, cugini, molti non definibili ricordi di molte persone appartenenti a diverse generazioni.
  • i Figli: ricordi di chi spero si ricorderà di noi, ovvero rendersi conto all’improvviso che anche i nostri figli stanno popolando la nostra memoria e che noi stiamo popolando la loro … nel bene e (ahimè) anche nel male.
  • Io: ovviamente tutti questi sono ricordi miei diretti ed indiretti, assieme a quelli più intimi, personali e diretti.

Per adesso, vado a memoria poi, se troverò il tempo, farò anche ricerche e visto che qui cerco di fissare i ricordi prima che svaniscano, la memoria è, appunto, lo strumento giusto, sufficiente allo scopo.

Vigili del Fuoco di San Giovanni in Persiceto, prima metà del XIX secolo, al volante Atteone Manservisi, mio nonno (autore e data dello scatto sconosciuti).

Esperimenti …

Esperimento di grafica da immagini riprese su pellicola chimica (Ilford FP4) con una Mamiya 645 Super, sviluppate con monobagno Ars Imago utilizzando una daylight drum tank Lab-Box. Le immagini sono poi state digitalizzate con uno scanner Reflecta x120 e montate con iMovie.

Numeri, scuola, futuro …

Ho dimenticato qualcosa? … Ah, si ! : pandemia !

La pandemia da covid-19 ci ha messi tutti davanti all’inadeguatezza del nostro modo di vivere, di pensare, di immaginare.
Siamo di fronte a problemi che non lasciano alternative …

Forse.

Quanto siamo disposti a sacrificare a fronte del rischio di morire ? E siamo in grado di capire quanto è grande e reale questo rischio ? Ma siamo sicuri che valga la pena di rischiare tanto per tornare come prima ? Non è forse proprio a causa di ciò che facevamo e che eravamo prima che siamo arrivati qui ?

Quindi

Se poi ritorniamo come prima, saremo in grado di superare prove simili in futuro ? A prezzo di quali sacrifici, con quali vantaggi ?
Non sarebbe forse meglio limitare al massimo la possibilità che ciò che è successo possa accadere ancora ? A prezzo di quali sacrifici, con quali vantaggi ?

Per esempio, per limitare il campo ad un tema sul quale molti hanno una esperienza diretta o indiretta per il solo fatto di essere stati studenti o genitori di studenti, alcuni anche per essere stati o per essere tuttora, educatori, insegnanti o docenti; parlando di Scuola, di Istruzione, di Educazione: cosa abbiamo imparato ?

San Pietro

a spasso per il centro di Bologna in un sabato di pandemia da COVID-19 … ciò che resta oltre i virus, oltre le guerre … dalla volontà di uomini e donne di fede, con l’ingegno di uomini di uomini e donne di arte e di scienza, con le braccia di uomini e di donne forti … per restare anche oltre quegli uomini e donne … nonostante tutto … nonostante l’uomo …

Bologna, via dell’indipendenza, chiesa cattedrale di San Pietro, 30 gennaio 2021

Non è colpa della scuola !!!

Non direttamente e forse anche non solo indirettamente (per il carico sui trasporti).
Qualcuno ricorda cos’altro è successo a pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico?
No ? Beh io invece si.
Se ne avete voglia beccatevi un altro “pippone” !

Riflessioni e date

Si fa un gran parlare delle date e dei dati della pandemia, in particolare viene spesso sottolineato che considerando che i dati “registrano” una situazione che origina circa 7-15 giorni prima della registrazione del dato (ovvero un tempo più o meno coincidente con il periodo di incubazione della malattia) e considerando che l’impennata dei casi è stata registrata nei primi giorni di ottobre, viene conseguentemente argomentato che circa 15 giorni prima di questa ultima “impennata”, sono state riaperte le scuole per l’inizio del nuovo anno scolastico.

Quindi (sempre riportando i vari articoli giornalistici, interviste, talk televisivi o discussioni sui social da persone più o meno titolate a farlo) la ripresa del contagio viene messa direttamente o indirettamente in relazione alla riapertura della scuola.

Forse si forse no.

C’è chi cita studi e analisi epidemiologici che sembrerebbero dare come estremamente ridotto il numero di contagi riferibile direttamente a contatti avvenuti in ambito scolastico. Ma poi bisognerebbe andare ad approfondire: cosa significa “ambito scolastico” ? è possibile distinguere in modo attendibile i contagi che sono avvenuti fuori dai cancelli delle scuole da quelli che sono avvenuti dentro ? Questo indicatore complessivo nazionale è omogeneamente applicabile a tutte le regioni ? oppure ci sono state regioni o situazioni dove la lettura dei contagi in “ambito scolastico” ha dato esiti diversi che poi si sono stemperati nel dato aggregato ?

C’è chi argomenta che l’apertura delle scuola, dopo una estate di faticosa riorganizzazione, coincide ovviamente con la ripresa nell’utilizzo in massa dei trasporti pubblici, per i quali apparentemente non c’è stato un altrettanto intenso impegno riorganizzativo in vista della ripresa. E allora, è possibile leggere i dati epidemiologici riuscendo a distinguere i contagi avvenuti prima, durante e dopo l’uso dei mezzi pubblici? o prima, durante e dopo l’ingresso a scuola dei ragazzi ?

OK

Tutto giusto. Forse.

Certamente è tutto dannatamente complesso, le variabili in gioco sono molte e coinvolgono ambiti disciplinari assai diversi. (Già solo questa constatazione dovrebbe essere sufficiente a smorzare l’interesse verso le chiacchiere da bar, social o talk e così via, ma la realtà che leggo e sento e purtroppo assai diversa).

A me comunque manca un tassello:

Cosa è successo tra la metà e la fine di settembre 2020, oltre alla riapertura delle scuole, che ha “rimescolato” le persone al punto che nella stessa finestra temporale ma 15 giorni dopo il numero dei contagi ha cominciato a crescere vertiginosamente ?

A nessuno viene in mente altro ?

A me invece torna in mente un’altra cosa: il voto per il Referendum e per le Amministrative, con le relative campagne elettorali in pieno svolgimento in tutta Italia, proprio negli ultimi giorni prima della apertura delle urne il 20/21 settembre 2020 a pochissimi giorni dalla faticosa riapertura delle scuole “in presenza”.

A nessuno è passato per la mente il ricordo delle piazze piene di persone ai comizi di questo o quel lider politico ?

Non è di grande consolazione, ma in quelle giornate scambiando opinioni con qualche amico sia a voce che per iscritto, cercavo di argomentare che per me quello non era “né il caso, né il momento e nemmeno il luogo” (prevalentemente le scuole guarda caso) per chiamare gli italiani non tanto alle urne, quanto ad assistere agli show di questo o quel politico.

Tutti giustamente adesso (col senno di poi) argomentano sul fatto che per i trasporti non si sia fatto abbastanza, pur sapendo bene e con largo anticipo quando e come sarebbe ripresa l’attività di scuole e università.

Nessuno però (almeno tra quelli che ho sentito io in questi giorni) ha considerato che anche per recarsi ai comizi o agli eventi delle varie campagne elettorali o referendarie molte persone hanno utilizzato i trasporti pubblici e comunque si sono spostate e mescolate ad altre persone durante questi eventi e anche poi per recarsi alle urne.

Nessuno, meno che mai i vari esponenti politici (soprattutto quelli che quella campagna l’hanno cavalcata a gran voce sostenendo, con i loro atteggiamenti in pubblico – se non direttamente con le loro parole – una sostanziale sottovalutazione di quello che oggi nei fatti vediamo), ricorda ora la responsabilità politica di avere mosso molti italiani per mero conteggio politico, spesso poi travestito da spirito democratico e amor di patria e libertà.

Non mi spingo ad argomentare su date e dati di questi fatti, se sia stato giusto o meno, mi limito a registrare una sorta di amnesia collettiva su questi fatti che cronologicamente sono accostabili a quelli della ripresa della scuola e dell’università, sia direttamente che indirettamente e come ricaduta sui trasporti pubblici.

C’è nessuno in grado di sapermi indicare se c’è stato qualcun altro che ne abbia parlato o scritto o quanto meno accennato ?

Nessuno ha qualcosa da dire in proposito ?
A me sembra che una riflessione sarebbe utile.

S.C.M.

Post scriptum:

Quello che ho scritto sopra ha suscitato diverse reazioni che possono essere riassunte in due questioni principali:

1 qualcuno ha ritenuto di leggere nelle mie parole un giudizio negativo sulle elezioni ravvisando un intento liberticida ed “irrispettoso delle più elementari regole democratiche già così violate dal governo attuale che non è nemmeno stato eletto e che ci sta portando verso una dittatura soft con bugie e mascherine …” e non vado oltre;

2 altri più seriamente hanno osservato che mentre scuole e trasporti continuano la loro attività alimentando i contagi, la cui curva dei dati appare in continua crescita, l’episodio delle elezioni è limitato a due sole giornate ed in ambienti (quelli della scuola) certamente tutelati.

Alla prima osservazione rispondo ripetendo ciò che evidentemente è sfuggito leggendo sopra:

non era il caso (il referendum per me avrà effetti marginali sia dal punto di vista economico che etico, mentre sul piano politico amministrativo potrebbe essere addirittura deleterio ma solo nella peggiore delle ipotesi);

non era il momento (nel mezzo di un evento straordinario come la pandemia, resto convinto che data l’eccezionalità della situazione, si sarebbe potuto rimandare, certamente il referendum, forse anche – ma non saprei di quanto – le amministrative e comunque si è persa una occasione per sperimentare l’uso degli strumenti telematici per il voto … ma questo è un altro discorso e se ci sarà l’opportunità e le voglia, ne parleremo in un’altra occasione);

non era nemmeno il luogo (la scuola ! dopo la fatica e il casino fatto per riorganizzare tutta l’attività didattica in modo da renderla il più possibile sicura mi sarebbe sembrato logico trovare soluzioni alternative che credo sarebbe comunque opportuno trovare anche durante il tempo ordinario).

Detto questo non mi pare di aver sostenuto la sospensione del suffragio universale come taluni hanno ravvisato.

Riguardo invece alla seconda osservazione, concordo sul fatto che la chiamata alle urne si sia esaurita nell’arco di due giornate e che le operazioni di scrutinio abbiano comunque coinvolto, per un altrettanto breve periodo di tempo, un numero comunque assai limitato di persone in situazioni piuttosto controllate o controllabili anche sul piano igienico-sanitario.

Io però mi riferivo a ciò cui abbiamo assistito nelle giornate precedenti in tutta Italia, non solo nelle regioni dove si sarebbero tenute le amministrative; sto parlando della campagna elettorale organizzata da quasi tutti con modalità piuttosto “allegre” e certo non improntate alla prudenza ed all’esempio per il rispetto delle regola relative al distanziamento sociale ed all’uso delle mascherine, anzi !

Parallelamente al sostegno delle proprie idee politiche e dei propri candidati i maggiori leader politici hanno inscenato una vera e propria campagna di “sottovalutazione” relativamente al tema della pandemia fornendo informazioni ed esempi di comportamento spesso diametralmente all’opposto di ciò che la stragrande maggioranza di medici e scienziati continuavano a ripetere inascoltati.

A quel punto il cerino nel pagliaio lo si era di già gettato, e non importa se lo si è fatto solo per due giorni, ormai l’incendio era acceso. Peccato che poi nella realtà gli effetti dell’epidemia da infezione da SARS-cov-2 non sia evidente come un incendio, anzi, per un paio di settimane non ne vedi proprio gli effetti che diventano evidenti solo dopo, ovvero quando non puoi più fare granché. A peggiorare le cose tra l’altro c’è anche il fatto che per l’epidemia di covid-19 i medici e le strutture sanitarie non hanno nemmeno quelle che sarebbero le motopompe per i pompieri che devono spegnere un incendio. Tradotto: non ci sono cure (specifiche), non c’è il vaccino.

E il bello e che queste cose si sapevano già.

Quindi trovo curioso (in forma sarcastica) che nei dibattiti che si vedono, si sentono e si leggono in questi giorni tutti sembrano nemmeno essere sfiorati da questo sospetto, anzi !

D’altronde sono evidentemente tutti preoccupati di passare all’avversario (di qualsiasi genere esso sia) la patata bollente, scaricando elegantemente il barile.

Le uniche parole sensate che ho sentito sono come sempre (e mano male !) quelle del Presidente Mattarella.

Basta così. Il tempo dedicato al virus è stato anche troppo, la prossima volta parleremo di altro, tanto questa discussione lascia il tempo che trova.

Il virus circola con le nostre gambe ciò che possiamo fare è cercare di resistere rispettandoci a vicenda, rispettando le sole tre regole che dovrebbero essere ormai chiare per tutti: distanza, igiene e mascherina; con serietà, equilibrio e prudenza, sapendo che il tempo non gioca a nostro favore e che dovremo resistere per un periodo limitato ma non prevedibile di tempo. Non sarà facile ma al momento non mi pare che ci sia altro.

Restate in salute !

S.C.M.

Tra serietà ed equilibrio

Quello che segue non è proprio uno “spiegone” come adesso usa tanto dire ma più appropriatamente un vero e proprio “pippone”.
Tant’è.
Avevo già da qualche tempo la necessità di provare a fare un po’ di ordine nel caos dei pensieri di questi giorni strani.
Se ne avete il coraggio leggete e se credete rispondete o commentate; magari ne potrebbe seguire, per una volta, un dialogo o ancora meglio una discussione.
Sarebbe bello se quello che scrivo qui non restasse sempre solamente un “pippone”.

Buona lettura.

Non è facile per me scrivere di quello che mi passa per la testa in questi giorni strani.

Non è facile mantenere la lucidità e l’equilibrio necessari per non cadere negli stessi “errori” che mi ritrovo a criticare in tutto quello che leggo e sento sui giornali, alla radio, alla televisione e sui vari social-media che seguo più o meno costantemente.

C’è già un gran caos così, senza bisogno di aggiungere altro, eppure per quanto sia deleterio parlare a vanvera è, credo, altrettanto importante parlare.
Con serietà ed equilibrio, per quanto possibile e soprattutto cercando di restare al proprio posto senza tuttavia farselo fregare dagli altri.

Cosa intendo ?

Sono un architetto, ne ho i titoli e anche l’esperienza. Non sono invece un medico o uno scienziato specializzato in alcuna disciplina specifica.
Cerco di restare quindi nel posto che mi compete.
Tuttavia essendo, credo, dotato, quanto meno di buon senso, non mi va nemmeno che altri siedano al posto di esperti, medici o scienziati senza averne i titoli e l’esperienza.
Questo non esula dai limiti del “mio posto”.
Per capirci.

Tutti parlano, tutti scrivono, ciascuno a torto o a ragione ritiene di poter dire la sua. Giusto, più che giusto: giustissimo. 

Però secondo me la serietà e l’equilibrio non dovrebbero essere mai persi di vista, sia dagli esperti  che dagli scienziati, dai giornalisti ma nemmeno dalle persone comuni (come lo sono io) che parlano o scrivono di ciò che sta succedendo nelle nostre vite a causa di questa pandemia.

Serietà: 

Senza voler essere troppo pignoli credo che basterebbe sovrapporre alla parola “serietà” il vocabolo “onestà” (anche solo quella intellettuale) e si farebbero già molti passi avanti. 
Riflettere prima di dire e scrivere pensando alle parole e non scrivere come si risponde a uno che ti taglia la strada arrivando dalla tua sinistra con il semaforo rosso; modalità che invece sembra piuttosto comune sui vari “social media”.
Prendersi il tempo di riflettere si ciò che si scrive o si dice non è obsoleto o inutile ma solo serio, soprattutto quando si scrive supponendo che altri leggano.
Poi tenere sempre presente che scrivere o parlare ad altri di solito non è un obbligo e che se non si ha o non c’è nulla da dire, è sempre possibile stare in silenzio; spesso basterebbe prendere in seria considerazione questa opportunità.

Se la mia vicina di casa “non crede alle mascherine” non dovrebbe sentirsi in diritto di chiedermi se anche io non ci credo guardandomi di sbieco evidentemente convinta di essere molto più furba o intelligente di me essendo, tra l’altro, evidente la risposta dal momento che io, la mascherina, la sto indossando. Se la mia vicina di casa “non crede alle mascherine” tutto sommato non dovrebbe avere grandi problemi se io invece la porto, anche perché visto che la schivavo già da prima normalmente le sto certamente anche più alla larga adesso. Quindi perché sente il bisogno di avvicinarmi per fare domande inutili (certamente inutili per me, ma direi di nessuna utilità anche per lei), visto che non ho nessuna intenzione di argomentare con lei sul tema ?

Se incontro una persona di un’altra religione, o che so professare un credo diverso dal mio, eventualmente gli chiedo se ha voglia di spiegarmi il perché delle sua convinzioni; ascolto quello che eventualmente ha da dirmi e se capisco che ci può essere dialogo argomento a mia volta sulla mia fede o ragiono se ho trovato argomenti convincenti. Non la affronto chiedendo se anche lei condivide la mia fede, tanto meno se è evidente che non è così.

E in tutto questo non mi spingo a dare giudizi sulla sua “credenza” o meno nelle mascherine, in fin dei conti se mi sbaglio io, sono abbastanza sicuro di non arrecarle alcun danno, se invece fosse lei a sbagliarsi, la probabilità di arrecare danno ad altri sarebbe per lei decisamente più elevata.

Credo che da qui passi la differenza tra cercare di essere “seri” (senza tuttavia essere certi di riuscirci) ed essere semplicemente ignoranti, arroganti ed egoisti (e qui si, do un giudizio su chi professa un credo – o un “non credo” in questo caso – senza usare il cervello) solo per giustificare la propria esistenza.

Ma se è vero che “penso, quindi sono”, per me se non pensi … non sei (nel senso che non mi do la pena di perdere tempo con te).

Equilibrio:

Forse ancora più difficile che cercare di essere seri, è cercare di mantenere un equilibrio.
Siamo continuamente bersagliati da notizie di tutti i generi, da fonti più o meno “autorevoli”; diventa sempre più difficile verificare l’autorevolezza stessa delle fonti o delle persone; siamo bersagliati da colpi e contraccolpi di informazioni contraddittorie, a volte talmente smaccatamente false e tendenziose da rendere difficoltoso persino non farsi prendere dalla rabbia e spesso sono talmente stupide da non meritare certo di doverci spendere più tempo di un “vai a c….e”; a volte, invece, sono così destabilizzanti e preoccupanti ma contemporaneamente così concrete e credibili da toglierti quasi la capacità di astrarsi almeno quanto basta per conservare la lucidità di andare fino in fondo, verificarle ed eventualmente cercare di saperne di più … proprio per recuperare, in conoscenza, ciò che l’ansia dell’ignoranza ci tolgono.

Non è per niente facile restare equilibrati in mezzo a questa tempesta, sballottati come siamo da tutte le parti, eppure credo sia la cosa di cui in questo periodo abbiamo maggior bisogno. Pochi però hanno la volontà e forse nemmeno la forza per mantenersi in equilibrio.

E qui torniamo all’inizio di questa chiacchierata (o meglio forse monologo, visto che per chiacchierare è necessario essere almeno in due): basterebbe praticare più spesso l’onestà o uno qualunque dei suoi sinonimi.

Semplicemente.

Faticosamente.

S.C.M.